Biografia

(a cura di Emilio Russo)

1. Le sfortune del padre Bernardo

Torquato Tasso nasce l’11 marzo 1544 a Sorrento, da Bernardo e da Porzia de’ Rossi. Il padre è già un poeta famoso nell’Italia del tempo, affermatosi dopo una vita di orfano, letterato e girovago. Prima al servizio del conte modenese Guido Rangoni e di Renata di Francia (figlia di Luigi XII e moglie di Ercole d’Este duca di Ferrara), Bernardo era poi passato al seguito di Ferrante Sanseverino principe di Salerno, diventandone stretto collaboratore. Quando Sanseverino, nominato comandante della fanteria italiana nella nuova guerra contro Francesco I, risponde all’appello di Carlo V Bernardo lo segue in Piemonte, rimanendo lontano da Sorrento alla nascita di Torquato e fino ai primi mesi del 1545. Al suo ritorno, lo stesso Bernardo decide di trasferirsi con la famiglia a Salerno, ma il soggiorno dura poco: nel 1547 il Sanseverino resta infatti vittima di un contenzioso tra il viceré, don Pedro di Toledo, e la popolazione napoletana che rifiuta l’istituzione nella città del Tribunale dell’Inquisizione. Eletto dal popolo di Napoli quale portavoce delle rimostranze presso l’imperatore, Sanseverino sostiene la causa dei napoletani alla corte imperiale. Accolto in trionfo al suo ritorno a Napoli, Sanseverino diviene immediato bersaglio dell’invidia del viceré e presto si prepara all’esilio. Gli effetti di quel rovescio toccano anche i Tasso: Bernardo, che intanto è tornato a Napoli, si vede confiscati tutti i beni a Salerno, e sarà in seguito privato della rendita accordatagli dal Principe. Dalla discreta posizione che il principe di Salerno gli aveva fino ad allora garantito, Bernardo si trova dunque proiettato nella necessità di conquistarsi sussidi nelle varie corti italiane, spendendo il suo prestigio di poeta e segretario. Questa condizione finisce per incidere anche sui primi anni della vita di Torquato. Bernardo tenta di trovare una sistemazione nella corte di Francia, ma dopo un lungo soggiorno a Parigi (1552-1554) torna in Italia, al seguito del principe di Salerno, e si stabilisce a Roma, dove richiama il giovane Torquato, consigliando alla moglie Porzia e alla figlia Cornelia (sorella maggiore di Torquato) di riparare presso il monastero napoletano di San Festo.

2. I primi studi

Nei suoi primi anni campani e poi romani Torquato studia prima in casa, con il precettore don Giovanni Angeluzzo, persona al seguito di Bernardo, poi presso collegi di Gesuiti. A Roma viene raggiunto dal cugino Cristoforo, proveniente da Bergamo, che diventa presto suo compagno di studi. Nel febbraio del 1556 muore improvvisamente la madre Porzia, lasciando sconsolati sia Bernardo che Torquato, allora appena dodicenne. Mentre valuta la possibilità di prendere la carriera ecclesiastica, nel settembre del 1557 Bernardo è costretto ad allontanarsi da Roma: le truppe imperiali risalgono da Napoli a Roma, preoccupando chi, come lui, si trova nella scomoda posizione di fuoriuscito e ribelle. Torquato viene mandato a Bergamo, dove fa la conoscenza non soltanto degli altri membri della famiglia Tasso ma anche di Giovan Girolamo Albano, futuro cardinale, e del di lui segretario Maurizio Cataneo: due figure destinate a rimanere in modo significativo lungo tutta la vita del poeta. Nel 1557 Torquato passa a Pesaro, raggiungendo il padre presso la corte dei Della Rovere. Conosce qui l’erede del duca Guidubaldo, Francesco Maria Della Rovere, più giovane di lui di cinque anni, con il quale condivide gli studi. La precocità di Torquato trova in questo soggiorno tra Pesaro ed Urbino un terreno di straordinaria fertilità. Oltre alla lettura dei classici, la sua cultura si apre alle consuetudini della vita di corte. Bernardo sta intanto concludendo l’Amadigi (Venezia, Giolito, 1560), un lungo poema cavalleresco che progetta di dedicare all’imperatore Filippo II. Nel mese di giugno del 1558, quando Sorrento subisce un’audace incursione turca, i due Tasso restano a lungo privi di notizie sulla salute di Cornelia, che aveva intanto sposato a Sorrento Marzio Sersale. Questo avvenimento, che certo colpisce il quattordicenne Torquato, si ritiene abbia concorso a stimolare in lui l’idea di un poema epico sulla Prima Crociata e dunque sullo scontro tra truppe cristiane e infedeli.

3. I primi tentativi di scrittura

Per la stampa dell’Amadigi Bernardo si dirige nel dicembre del 1558 a Venezia, quello che era il centro editoriale più importante dell’epoca. Qualche mese dopo, anche Torquato arriva nella città lagunare, fornendo, a quel che sembra, un aiuto al padre nella correzione del poema. A Venezia in quei mesi va maturando l’iniziativa ambiziosa dell’Accademia della Fama, che accoglie Bernardo tra i suoi membri; anche Torquato ha l’occasione di entrare in contatto con i protagonisti di quella esperienza, scrittori come Francesco Patrizi, Domenico Venier e Paolo Manuzio. Il Tassino, come veniva chiamato per distinguerlo dal padre, conosce anche il figlio di Paolo Manuzio, Aldo il giovane, ultimo esponente della gloriosa famiglia e futuro editore di molte rime e prose tassiane. Ancora a questo periodo si devono assegnare le prime, precocissime, prove nel campo della poesia epica: a un Tasso appena quindicenne viene attribuito l’inizio di un poema dal titolo Gierusalemme, poco più che un centinaio di ottave dedicate all’avvicinamento dell’esercito cristiano alle mura della Città Santa (vd. Gierusalemme). L’obiettivo era quello di descrivere le vicende dalla Prima Crociata, bandita da Urbano II e combattuta alla fine dell’XI secolo. Il tentativo, probabilmente incoraggiato dallo scrittore Danese Cataneo, si interrompe però abbastanza presto, probabilmente esaurito l’impeto iniziale. Al Tassino sembra più agevole esordire nel genere del poema cavalleresco, all’ombra del modello dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto: abbandona temporaneamente il progetto di un poema sulla crociata e inizia a comporre, con notevole variazione di materia, un poema dedicato alle imprese del paladino Rinaldo, il nipote di Carlo Magno.

4. Torquato studente a Padova

Bernardo decide di garantire a Torquato la prestigiosa formazione che, all’epoca, veniva offerta dall’ateneo di Padova. Così Torquato passa a Padova nell’autunno del 1560 e inizia a frequentare corsi di diritto civile ed ecclesiastico. Nell’estate del 1561, dopo il primo anno accademico, il giovane raggiunge il padre a Venezia, continuando a lavorare al Rinaldo (vd. Rinaldo): i giudizi in proposito sono così positivi da promuovere non soltanto la pubblicazione del poema (avvenuta a Venezia nel 1562) ma anche il passaggio di Torquato dagli studi giuridici, cui si era dedicato senza grande trasporto, a quelli di filosofia e letteratura. Nell’autunno successivo, dunque, Torquato prende a seguire i corsi di Francesco Piccolomini e quelli di Carlo Sigonio, e partecipa a discussioni e confronti con Sigonio stesso, con il filosofo Sperone Speroni e con Giovan Vincenzo Pinelli: tutte figure che introducono Tasso nel centro dei dibattiti letterari di quegli anni. Appunto a questo ambiente, e sull’onda di quella comune riflessione, vanno riportati i tre Discorsi dell’arte poetica. I Discorsi sono composti da un Tasso non ancora ventenne (la cronologia comunemente accettata oscilla tra il 1562 e il 1564): si tratta di un’opera fondamentale, che Torquato scrive per chiarire le soluzioni migliori in vista della composizione di un grande poema epico (vd. Discorsi dell’arte poetica).

5. Lucrezia e Laura

Tra il 1561 e l’anno seguente Bernardo inizia ad avvicinarsi al cardinale Luigi d’Este, fratello di Alfonso II duca di Ferrara. Una visita a Padova, nell’autunno del 1561, di Lucrezia d’Este, sorella di Alfonso, rappresenta l’occasione per Torquato di introdursi nella cerchia di quei signori. Al seguito di Lucrezia si trovava allora una damigella, Lucrezia Bendidio, che colpisce l’immaginazione del poeta. Lucrezia, ben oltre le vicende concrete (sarebbe ripartita dopo qualche settimana e nell’estate del 1562 avrebbe sposato il conte Baldassarre Machiavelli), diventa la donna celebrata da Tasso sul piano della lirica, con la dedica di numerosi componimenti in versi, a ripercorrere tutte le tappe canoniche di una vicenda passionale scandita secondo il modello del canzoniere petrarchesco. Le rime per la Bendidio, raccolte ed organizzate in sequenza, avrebbero composto, un trentennio più tardi, la prima sezione delle liriche amorose (vd. Rime. Parte Prima).
Nell’autunno del 1562 Torquato si trasferisce all’università di Bologna, forse per seguire Sigonio (che si allontanava dall’ateneo padovano per l’esacerbarsi della rivalità con Francesco Robortello), forse per la presenza e l’insegnamento a Bologna di Giovanni Angelo Papio, stimato amico di Bernardo. Probabilmente nell’estate del 1563, in occasione della consueta visita al padre, che intanto ha trovato nuova sistemazione a Mantova presso il duca Guglielmo Gonzaga, Torquato conosce Laura Peperara, giovane di famiglia mantovana: anche questa passione rimane tuttavia senza seguito, fatta salva la serie di componimenti poetici che il Tasso dedica alla donna. Da qui in avanti la vita sentimentale di Torquato diviene, se non inconsistente, almeno a noi oscura, come inghiottita da un percorso biografico e ideale altrove diretto.

6. Da Bologna a Padova: gli Eterei

Nell’ambiente bolognese il Tasso si inserisce presto in gruppi e compagnie vivaci: non gli manca una porzione di goliardica leggerezza se, in alcune dimore private, pronuncia versi di una pasquinata irriverente contro alcuni membri dell’ateneo. Le conseguenze sono gravi: poco dopo l’inizio del suo secondo anno accademico, nel gennaio del 1564, Torquato deve lasciare Bologna, avvertito in tempo di provvedimenti che le autorità stavano prendendo nei suoi confronti: vengono infatti perquisiti i suoi alloggi e sequestrate le carte. Torquato si dirige verso Mantova, sperando di trovarvi il padre: saputo che Bernardo era in viaggio, si ferma a Castelvetro, presso il feudo dei Rangone, antichi protettori di Bernardo, e da qui con piglio deciso scrive una lettera piena di baldanza alle autorità bolognesi, con l’obiettivo di discolparsi da tutte le accuse (vd. Lettere, num. 2), Proprio in quel frangente giunge a Torquato l’invito da parte di Scipione Gonzaga a ritornare a Padova. Gonzaga si trova nella città veneta sin dal 1558 (quando era appena sedicenne) e sta iniziando una carriera ecclesiastica destinata a grandi fortune (sarebbe divenuto negli anni prima patriarca di Gerusalemme e poi cardinale). Per sua iniziativa, nel vivace ambiente padovano viene fondata nel gennaio del 1564 l’Accademia degli Eterei, cui anche Tasso viene affiliato, prendendo il nome di Pentito. Il ritorno a Padova significa per Torquato ritrovare amici, riprendere allo Studio le lezioni di Piccolomini, ma certamente anche partecipare ai dibattiti stimolati dal magistero dello Speroni, oltre che dalla recente composizione dei Discorsi. Nell’estate del ’64 Torquato si reca a Mantova dal padre, ma il suo ritorno allo studio viene ritardato dalla morte di Stefano Santini, giovane e promettente letterato cui Torquato era legato da affettuosa amicizia. Dopo averlo assistito nelle ore estreme, Tasso stesso ne pronuncia l’elogio funebre presso l’Accademia degli Eterei, ove il Santini aveva avuto un ruolo rilevante (vd. Orazione nella morte del Santino).

7. Alla corte di Ferrara

L’anno accademico 1564-1565 è l’ultimo per Tasso, che non risulta abbia mai preso il titolo di laurea. Già dall’autunno del ’64 riceve dal cardinale Luigi d’Este una promessa di sostegno, che si realizza nel corso dell’anno successivo: congedandosi dallo Studio e dall’ambiente padovano, Tasso entra così nel mondo della corte, cui, senza grossi intervalli, sarebbe stato legato il suo futuro. Il cardinale Luigi rappresenta una delle figure più importanti nella Ferrara di Alfonso II, in una corte ancora splendida e importante, seppure all’inizio di un lento declino. Nel dicembre del 1565 il duca di Ferrara sposa Barbara d’Austria, erede dell’imperatore Massimiliano II: giunto a Ferrara mentre si preparano le celebrazioni, Tasso ne rimane colpito. Ben accolto, abbastanza presto stringe legami di devozione e simpatia con le sorelle del duca, Eleonora e Lucrezia d’Este (vd. Alle signore principesse di Ferrara), quest’ultima soprattutto a lungo sua influente protettrice.
La sistemazione a Ferrara è legata alla promessa di dedicare agli Este il nuovo poema epico cui Tasso sta lavorando: dopo aver vagliato altre ipotesi (Lettere, num. 1551) Tasso sceglie di continuare il progetto del Gierusalemme e di narrare le ultime fasi della Prima Crociata. Le ottave del Gierusalemme vanno così a comporre la materia dei primi tre canti del Goffredo (questo il nome che Tasso assegna per lungo tratto all’opera). Il lavoro procede spedito tanto che, già nella primavera del 1566, in occasione di un suo viaggio a Padova, il poeta può offrire in lettura i primi sei canti ad alcuni amici.

8. Attività accademiche

Nel corso del 1566 e del 1567, Tasso compie diversi viaggi: a Pavia, a Mantova a trovare Bernardo, e forse anche a Bergamo. Nel principio del 1567, a Padova, escono le Rime degli Accademici Eterei (vd. Rime eteree), fra le quali sono accolte ben quarantadue liriche di Torquato. È il segnale di una considerazione sempre maggiore, sia a Ferrara, sia nella società letteraria del tempo. Lo dimostrano un paio di elementi: gli viene affidata l’orazione inaugurale dell’Accademia Ferrarese (vd. Orazione fatta nell’aprirsi dell’Accademia ferrarese); e sempre presso la stessa accademia Torquato pronuncia un paio di importanti lezioni su testi lirici: la Lezione su un sonetto di Giovanni della Casa (vd. Lezione recitata nell'Accademia ferrarese sopra il sonetto «Questa vita mortal» di Monsignor Della Casa) e le Considerazioni su tre canzoni di Giovan Battista Pigna (vd. Considerazioni sopra tre canzoni di Giovan Battista Pigna), il potente segretario del duca, che aveva dedicato una raccolta poetica (II ben divino) alla stessa Lucrezia Bendidio cantata da Tasso nelle rime.
Gli ultimi anni ’60, mentre il lavoro sul poema continua, vedono la morte di Bernardo, avvenuta il 4 settembre del 1569; e, nel gennaio del 1570, le celebrazioni a Ferrara per le nozze tra Lucrezia d’Este e Francesco Maria della Rovere, futuro duca di Urbino: in quell’occasione Tasso pubblica cinquanta conclusioni amorose, proposizioni che da diversi lati definiscono la natura di Amore, impegnandosi a sostenerle in pubbliche discussioni (vd. Conclusioni amorose). Malgrado la lingua «balba» che lo impedisce nell’esposizione, Torquato si difende bene, in un episodio che avrebbe ricordato in un dialogo filosofico scritto molti anni più tardi (vd. Cataneo overo de le conclusioni amorose).
Nell’ottobre dello stesso 1570 Tasso parte con il seguito del cardinale Luigi d’Este per la Francia; vi rimane poche settimane, ma entra in contatto con l’ambiente letterario parigino (forse anche con Pierre de Ronsard, che avrebbe citato più tardi nel dialogo il Cataneo overo de gli idoli). Scritta dalla Francia al conte Ercole de’ Contrari, rimane di questo soggiorno francese una lunga lettera (Lettere, num. 14; vd. Lettera nella quale paragona l’Italia alla Francia) nella quale Tasso prova a confrontare costumi e consuetudini italiane e francesi.

9. L’Aminta

Il ritorno in Italia nella primavera del 1571 significa per Torquato la separazione dal seguito del cardinale, forse per insoddisfazione rispetto al trattamento economico ricevuto. Pochi mesi dopo entra al servizio del duca Alfonso II, «con provvisione di lire cinquantotto e soldi dieci marchesane il mese». Unico incarico è quello di portare a termine il Goffredo, il poema cui ormai lavora da diversi anni, ma si impegna anche in una serie di composizioni legate alle occasioni di corte. Tra queste la più importante è l’Aminta, una favola pastorale e probabilmente recitata nell’isoletta di Belvedere nel luglio 1573 (vd. *).
Nel gennaio 1574 ottiene anche la cattedra di geometria allo studio di Ferrara, cattedra che doveva fruttargli (in cambio di un impegno modesto) una seconda retribuzione. Paiono proprio questi i mesi in cui, con il poema su Gerusalemme ormai quasi terminato, il rapporto con la corte di Ferrara tocca il culmine della serenità e della reciproca soddisfazione. Sempre nel 1574 il Tasso compone l’abbozzo di una tragedia, ambientata nelle lontane terre dell’Europa settentrionale, dal titolo Galealto re di Norvegia (vd. *), senza però condurla a termine. In novembre annuncia in una lettera di aver praticamente terminato il poema e di prepararsi a leggerlo a corte al duca Alfonso II (vd. Lettere, num. 18).

10. La correzione del poema

Prima di indirizzare il poema verso una stampa, Tasso decide però di sottoporlo a una sorta di correzione allargata, una revisione alla quale fa partecipare alcuni importanti letterati del tempo. L’obiettivo è quello di perfezionare l’opera, e in questo modo di proteggerla da critiche o dalle accuse dell’Inquisizione romana. Tasso chiede per la revisione l’aiuto di Scipione Gonzaga, il quale a Roma organizza un gruppetto di lettori: sono Flaminio de’ Nobili, Piero Angeli da Barga, Silvio Antoniano e Sperone Speroni, mentre un ruolo di mediazione viene assegnato a Luca Scalabrino, giovane ferrarese. Tasso comincia dunque a spedire i canti a Roma, e da Roma riceve una serie di impressioni, di critiche, di risposte più o meno positive; il resoconto di quella che viene definita «revisione romana» si legge nelle Lettere poetiche (vd. *). Nel corso del 1575, mentre procede a rivedere il poema, Tasso ragiona sulla possibilità di separarsi dagli Este e di avvicinarsi ai Medici, nelle persone dell’allora cardinale Ferdinando o del granduca Francesco. Dopo un passaggio a Bologna, trascorre l’estate a Ferrara, spesso in compagnia di Lucrezia d’Este. Progetta un viaggio a Roma per discutere le correzioni proposte dai revisori, ma anche per approfondire i contatti con il cardinale Ferdinando de’ Medici. Malgrado la contrarietà del duca, Tasso raggiunge Roma in novembre: il viaggio non procura i risultati sperati, né sul piano del poema né su quello biografico, ma rovina i rapporti con la corte estense. Tornato a Ferrara, Tasso scrive nei primi mesi del 1576 l’Allegoria del poema (vd. *) e continua la revisione, seppure sempre meno convinto di riuscire a risolvere tutte le questioni in sospeso. Nella seconda metà del 1576 il lavoro sul Goffredo si interrompe, senza che Tasso sia riuscito ad arrivare a un testo definitivo.

11. La stagione del turbamento

L’epistolario tassiano prende in questo periodo a popolarsi di preoccupazioni, del timore di inganni, di sotterfugi e di avversari a corte: Tasso comincia infatti a lamentare i danni recatigli da un Brunello (identificato dal Guasti con Ascanio Giraldini, dal Solerti con un Anton Virginio Brunelli, entrambi cortigiani ferraresi). Le preoccupazioni si rivolgono soprattutto al poema, che Tasso teme gli venga sottratto, tanto più che cominciavano a diffondersi notizie di una prossima (abusiva) pubblicazione del Goffredo. Passato per un breve periodo a Modena nell’ultima parte del 1576, Tasso chiede nel gennaio del 1577 a Guidubaldo del Monte nuovi servitori di cui potersi finalmente fidare: lettera in cui emerge la convinzione di subire un trattamento ingiusto per un poeta del suo valore. Tutto ciò determina una crescente esasperazione: così, mentre si consuma il controverso rapporto letterario e sentimentale con l’amico Orazio Ariosto, discendente di Ludovico, il 17 giugno del 1577, in camera della duchessa di Urbino, Torquato armato di coltello assale un servitore, ritenendosene offeso. Viene rinchiuso nel cortile del Castello: in preda all’ansia di essere avvelenato dai nemici che si vede intorno, Torquato viene giudicato preda del suo «umore melanconico».
Condotto prima a Belriguardo, poi al convento di San Francesco, non riesce a tranquillizzarsi: giunge persino a scrivere ai Padri Inquisitori, illustrando la propria condizione e confessando il peccato d’eresia che riteneva d’aver commesso (Lettere, num. 98). Il duca Alfonso II, figlio della discussa Renata di Francia, guarda con preoccupazione a queste mosse del poeta, soprattutto per il rischio di attirare l’attenzione dell’Inquisizione romana sull’ambiente ferrarese. Nelle lettere di quei giorni il Tasso cerca invano conforto, non retrocedendo neppure, nella sua ansia di espiazione, di fronte all’idea di sottoporre il suo corpo, in aggiunta ai salassi frequenti, alla sofferenza della tortura (Lettere, num. 101-102).
Appena qualche giorno dopo Tasso lascia Ferrara. Si dirige verso sud, e va a trovare la sorella Cornelia, a Sorrento: la leggenda vuole che si presenti travestito da pastore, portandole la notizia della sua morte. Solo dopo aver visto la reale sofferenza di Cornelia, Tasso rivela la sua identità e si ferma per un periodo a Sorrento. Nel novembre del ’77 passa di nuovo a Roma; rassicurato sulla buona disposizione di Alfonso II, torna a Ferrara nella primavera del 1578, effettivamente accolto con attenzioni e onori. Non riesce tuttavia a quietarsi e lascia di nuovo la corte estense, questa volta diretto a nord: prima verso i Gonzaga, poi, nell’estate del 1578, verso Padova e Venezia. Sperando nell’aiuto di quel Francesco Maria della Rovere che conosceva sin dalla fanciullezza, passa prima a Pesaro e poi a Urbino. Poi si sposta a Torino: in settembre viene accolto benevolmente dal marchese Filippo d’Este, cugino del duca di Ferrara, e da Girolamo della Rovere, arcivescovo di Torino, mentre il suo passaggio per le terre piemontesi sarebbe stato ricordato splendidamente nelle pagine iniziali di un dialogo, Il Padre di famiglia (vd. *). Il pensiero torna però sempre a Ferrara: scrive sia al cardinale Albano, sia al Cataneo per ottenere un’intercessione presso Alfonso II. Nelle prime settimane del 1579 tenta di procurarsi un invito a Ferrara prima del matrimonio di Alfonso II con Margherita Gonzaga, figlia di Guglielmo duca di Mantova. Giunto in febbraio nella città impegnata a preparare le celebrazioni, Tasso si risente per le scarse attenzioni ricevute: alla fine esplode, accusando pubblicamente i suoi protettori e i suoi avversari, veri o presunti. Viene arrestato e rinchiuso nell’ospedale di Sant’Anna, considerato pazzo. Giusto nel mezzo della sua vita, Torquato si vede così precipitato nella prigionia e, più grave, nella realizzazione tangibile di tutte le sue paure.

12. La reclusione a Sant’Anna

La reclusione sarebbe stata lunga e dolorosa, e sarebbe arrivata fino al luglio del 1586. Per questo lungo periodo le lettere di Tasso assumono un valore decisivo, una testimonianza delle diverse fasi vissute durante la prigionia. Le prime scritte subito dopo l’arresto, inviate a Scipione Gonzaga, al duca di Ferrara e ad altri ancora, sono pervase da un sentimento incrollabile di ingiustizia, pur con il riconoscimento delle proprie colpe. I primi mesi a Sant’Anna, quelli successivi al marzo del ‘79, sono dolorosi e annebbiati: Tasso nelle sue lettere fa sentire, volta a volta, l’ambizione, il rammarico, la speranza. Lontano dal poeta, ed a sua insaputa, vengono in quegli stessi mesi organizzate le stampe del poema: il solo canto IV del Goffredo, anche mutilo, appare a Genova nel 1579 all’interno di una antologia di diversi poeti; un’edizione incompleta esce a Venezia nel 1580, presso Cavalcalupo, e per cura di Celio Malespini, cortigiano dei Medici che aveva raccolto molta parte del poema tassiano (i primi dieci canti, il dodicesimo, il quattordicesimo, con argomenti o frammenti degli altri canti fino al sedicesimo). Nei primi mesi del 1581 il poema tassiano viene infine stampato per intero (con il titolo mutato di Gerusalemme liberata), a Parma e a Casalmaggiore per cura di Angelo Ingegneri, mediocre letterato veneziano conosciuto dal Tasso nel 1575. Tra il giugno e il luglio dello stesso anno escono poi a cura di Febo Bonnà, oscuro cortigiano al servizio di Ercole Strozzi e gravitante intorno alla corte ferrarese, le due edizioni (entrambe a Ferrara, rispettivamente presso Baldini e De Rossi) destinate per lungo tempo a rappresentare la versione definitiva del poema. Torquato, in posizione di evidente impotenza, si lamenta, poi tenta di porre limite al danno che gli si stava arrecando, chiedendo i privilegi sulla pubblicazione in alcuni stati.
A questa condizione di impotenza determinata dalla prigionia Tasso cerca di reagire investendo nella scrittura, anche per dimostrare la lucidità della sua mente. L’impegno si concentra sulle rime encomiastiche e sulla composizione di diversi dialoghi. Dopo un paio d’anni di prigionia il tono delle lettere si fa meno drammatico, forse anche per un miglioramento delle condizioni a S. Anna. Si registrano espressioni di reverenza e fedeltà al duca Alfonso, e verso la fine del 1581, lettere di argomento teologico o discussioni sull’etichetta cavalleresca. D’altra parte, a ondate nel periodo della reclusione, Tasso scrive a diversi interlocutori lettere in cui racconta di visioni, di allucinazioni (topi, folletti), in cui dimostra di essere profondamente turbato. Sono le lettere che confermano già presso i contemporanei l’idea di un poeta «farnetico», annebbiato dalla malinconia.

13. Tasso best-seller

Nel 1582, stante il grande successo incontrato dal poema, più volte ristampato negli anni successivi, l’industria editoriale prende a rivolgersi in modo massiccio alle composizioni di Torquato. Aldo Manuzio il giovane, conosciuto, come detto, negli ultimi anni ’50, comincia a pubblicare rime e prose del poeta in varie serie, senza del resto mai contentarlo a pieno. Con il Manuzio, anche altri stampatori si rivolgono alle opere di Tasso, in qualche modo approfittando della sua condizione di reclusione: i Giunti, Francesco Osanna a Mantova, e ancora, tra gli altri, il Vasalini e il Baldini a Ferrara, Comino Ventura a Bergamo.
Dalle stanze di S. Anna il Tasso segue, con scarso controllo, queste edizioni, mentre continua a progettare nuove opere, per le quali chiede con insistenza ai suoi corrispondenti molti libri. In particolare, scrive diversi dialoghi filosofici, nei quali alterna posizioni aristoteliche e memorie platoniche, e comincia a progettare l’idea di una raccolta dei suoi componimenti lirici. Scrive che le rime «faranno un volume assai grande» (Lettere, num. 260) un obiettivo che verrà inseguito con ostinazione per tutti gli anni ’80. Accanto a questi progetti vanno però ricordate anche le tante lettere dai toni addolorati, le tante istanze di prestiti e di doni rivolte ad amici e signori: la richiesta di una tazza d’argento, o persino (per il suo «umore») di uno smeraldo, affinché la pietra preziosa possa regalare un raggio di splendore alla sua prigionia. Non si intendono i mesi a S. Anna se non assemblando questi dati, ricomponendo le immagini, apparentemente in contrasto, che Torquato fa trapelare all’esterno (compresa quella del «melanconico», disposto a confessare e insieme a pubblicare i sintomi del suo male).

14. La polemica con l’Accademia della Crusca

Alla fine del 1584 Tasso assiste allo scoppio della polemica sulla superiorità del Furioso o della Liberata. Il dibattito viene innescato da un’opera di Camillo Pellegrino, Il Carrafa overo de la epica poesia (Firenze, 1584), schierata in favore della supremazia tassiana. L’ambiente fiorentino, con l’Accademia della Crusca in prima linea, risponde aspramente con a Difesa dell’Orlando Furioso (…) Stacciata prima composta da Leonardo Salviati, condannando la Gerusalemme. Tasso prima, nel gennaio del 1585, scrive a Francesco Sanleonini di non voler «entrare in questo pelago (Lettere, num. 320), ma si trova poi costretto a intervenire, nella scomoda posizione di difendere un poema che non aveva mai licenziato. Compone l’Apologia della Gerusalemme liberata (edita per la prima volta nell’estate del 1585, a Ferrara), discutendo le obiezioni che erano state mosse al suo poema. Non è l’unico caso in cui Tasso viene spinto a pronunciarsi a difesa della Liberata, poiché la polemica si allarga e coinvolge altri letterati. Tasso risponde a volte per lettera, a volte tramite discorsi, come per esempio con il Discorso sopra il Parere fatto dal Signor Francesco Patricio in difesa di Ludovico Ariosto (vd. *); la Risposta all’Accademia della Crusca in difesa del suo dialogo del piacere onesto (vd. *); il Parere sopra il discorso del signor Orazio Lombardelli (vd. *) e un discorso Delle Differenze Poetiche (vd. *), in risposta ad un intervento di Orazio Ariosto. A quelle discussioni Tasso, tuttavia, si sente in parte già estraneo, soprattutto perché da tempo ragiona su un progetto di revisione del suo poema.

15. Gli ultimi anni di prigionia

Nel corso del 1584 Tasso si è intanto avvicinato ai Gonzaga, tentando, attraverso il genovese Angelo Grillo e Curzio Ardizio, letterato milanese al servizio di don Ferrante Gonzaga, di interessare il principe Vincenzo alla sua liberazione. Il rapporto con l’Ardizio diventa anche occasione di alcune significative riflessioni che vengono raccolte all’interno delle lettere: sia sulle imprese, la cui materia il Tasso avrebbe ripreso nel Conte overo de l’imprese, suo ultimo dialogo (vd. *); sia sulle corti con posizioni che sarebbero confluite nel Malpiglio overo de la corte, dialogo dei primi mesi del 1585 (vd. *). Di questa stagione è anche l’importante dialogo Cavaletta overo de la poesia toscana (vd. *), nel quale non soltanto il Tasso ribadisce la posizione di modello assegnata alla lirica di Giovanni Della Casa, ma si pone a discutere sulla natura della poesia, avendo come interlocutori la Topica di Giulio Camillo e il De vulgari eloquentia di Dante.
I contatti per ottenere la liberazione, intanto, registrano scarni progressi. Tasso per conseguenza si concentra sulla pubblicazione delle diverse opere, e chiede al Manuzio, nel febbraio del 1585, di stampare le Rime con «belli caratteri e grandi», per riproporre in modo elegante i tanti frammenti lirici composti: ed è evidente che l’edizione doveva rappresentare una sorta di riscatto rispetto a una condizione biografica sfortunata. La speranza della liberazione sembra attenuarsi verso la fine del 1585, quando Tasso richiede con insistenza aiuti e visite: agli amici più intimi (Scipione Gonzaga e Maurizio Cataneo), in alcune lettere impressionanti, Torquato descrive gli inganni di un folletto che sconvolgeva la quiete della sua prigione («Il ladroncello m’ha rubato molti scudi di moneta [...] mi mette tutti i libri sottosopra: apre le casse: ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare», Lettere, num. 341), salvo poi rielaborare e nobilitare quelle apparizioni alla luce di teorie aristoteliche e ficiniane.
Al principio del 1586, il Tasso celebra in rima il matrimonio tra don Cesare d’Este e Virginia de’ Medici, sperando che la sua devozione possa guadagnargli un aiuto. Dopo aver tentato di interessare anche la famiglia genovese degli Spinola, nella persona del conte Ottavio ambasciatore presso la corte imperiale, scrive ai deputati della città di Bergamo per chiedere un’intercessione presso il duca Alfonso II d’Este. La pratica con Bergamo è occasione per stringere i rapporti con Giovan Battista Licino, bergamasco destinato a giocare un ruolo chiave nella pubblicazione di molti scritti tassiani. Torquato, difficile da contentare, prende rapidamente a lamentarsi degli uffici del Licino, il quale tarda a rimandargli i manoscritti per la correzione e pubblica opere scorrettissime. Nel corso della primavera-estate del 1586, impegnato negli studi, Tasso inizia la composizione de Il re Torrismondo (vd. *), tragedia nella quale riprende il nucleo dell’interrotto Galealto (vd. *). La sua attenzione inizia a concentrarsi anche su una concreta riscrittura del poema, per superare l’approdo della Gerusalemme liberata (vd. *).

16. Un anno a Mantova

«Io son libero, per grazia del serenissimo signor principe di Mantova» (Lettere, num. 600); con queste parole Tasso annuncia la sua liberazione alla sorella Cornelia. L’attività di richieste e preghiere condotta da Sant’Anna sortisce alla fine l’effetto sperato: Vincenzo Gonzaga, futuro duca di Mantova, riesce a ottenere da Alfonso II la liberazione di Tasso, promettendo di controllare le azioni del poeta. Nelle prime lettere da Mantova Tasso si mostra felice, ma è una condizione che dura poco: prende presto a lamentarsi per la mancanza dei suoi libri, rimasti a Ferrara, e anche per il vincolo che lo lega ora al suo liberatore, Vincenzo Gonzaga, e alla città di Mantova.
Questi primi mesi mantovani sono tuttavia pieni di progetti e scrittura: si collocano qui le pagine del Secretario (vd. *), volte a tracciare la figura ideale capace di sopravvivere al servizio del principe nelle infide corti di fine secolo. Ancora a questi mesi vanno riportate le correzioni al Floridante, poema incompiuto di Bernardo che Torquato riesce infine a far pubblicare (Mantova, Osanna, 1587) (vd. *). Prova di questa stagione di grande attivismo sono le continue richieste di libri, libri necessari per le opere da terminare (per il Torrismondo vengono a più riprese richieste le tragedie euripidee) o da riformare (il poema, in primo luogo, ma anche i vari dialoghi).
All’inizio del 1587 escono le Lettere poetiche (vd. *), mentre Tasso è sempre più scontento di Mantova, ed è sempre più desideroso di una condizione di libertà per correggere e pubblicare tutti i suoi scritti. Sfumati gli onori e le attenzioni dei primi mesi mantovani si sente al solito poco apprezzato. Una via d’uscita possibile sembra la dedica a Gonzaga del Floridante, poi la partenza verso sud, verso Roma o verso Napoli. Di qui le lettere inviate lungo la prima parte del 1587 al Gonzaga, al Cataneo, al Costantini, e le richieste, a volte proterve, di nuovi vestiti, di piccoli monili, di somme di denaro.
Passato in agosto a Bergamo per qualche settimana, il Tasso torna in gran fretta a Mantova per la morte del duca Guglielmo Gonzaga. La conseguente ascesa al seggio ducale di Vincenzo, prontamente celebrata in versi, non rasserena Torquato, che si dispone a cercare una nuova sistemazione. Riceve un’offerta da parte dell’Accademia degli Addormentati di Genova, consistente in una cattedra per la lettura di Aristotele, ma la prospettiva sfuma rapidamente. Così, alla fine dell’ottobre 1587, fugge improvvisamente da Mantova: si reca prima a Bologna, ospitato da Antonio Costantini, poi a Roma, accolto in casa di Scipione Gonzaga.

17. Nella Roma di Sisto V

Dalla città e dal suo splendore il Tasso si mostra affascinato; si rammarica presto della mancanza dei libri, lasciati a Mantova, e ne richiede a lungo la spedizione nelle settimane successive. Nei primi mesi del 1588 compone delle stanze in onore di papa Sisto V, ma già in marzo si prepara a partire per Napoli, dove arriva in precarie condizioni di salute e con l’obiettivo di riuscire a risolvere la contesa legale che si trascinava da anni sull’eredità della madre. Stringe rapporti di amicizia con Giovan Battista Manso, giovane di nobile famiglia napoletana: alle cortesie del Manso, che consistono in sussidi economici ed ospitalità, il Tasso risponde ripagando con sonetti celebrativi e, più avanti, con la significativa dedica, e titolazione, di un dialogo sull’amicizia (vd. *). Va ricordato che, proprio riguardo alla pratica della pubblicazione de II Manso overo de l’amicizia, Tasso avrebbe avuto nel 1594 l’occasione di conoscere un giovane Giovan Battista Marino.
In questi mesi napoletani del 1588, Torquato compone anche un poemetto dal titolo Monte Oliveto (vd. *), per esprimere in rima gratitudine ai monaci benedettini che appunto a Monte Oliveto lo stavano ospitando: manifesta il proposito, da quella clausura, di non volersi più allontanare dalla «lezione dei Padri» della Chiesa e di occuparsi piuttosto nello studio che non nella composizione di nuove opere. La salute di Torquato peggiora tra il settembre e il novembre del 1588. Sottopostosi a salassi per purgare il corpo, decide di tornare a Roma, che considera luogo «più commodo per li studi» (Lettere, num. 1054); a dicembre entra nuovamente ospite in casa del Gonzaga, e non, come aveva sperato, in Vaticano.

18. Tra Roma, Firenze, Mantova, Napoli

Tasso intanto lavora per correggere e riordinare le rime e, con una scelta significativa, decide di arricchirle con un autocommento. Le Espositioni spesso si allontanano dalla matrice iniziale dei versi e mostrano il bisogno tassiano di ortodossia morale: il commento fa sfilare le autorità di Platone, Aristotele e San Tommaso, accanto a Dante e Petrarca, per fornire uno spessore filosofico alla poesia amorosa. Nel corso del 1589 matura un tentativo di riavvicinamento ai Medici, per i quali il Tasso compone una riverente orazione (vd. *), e cui dedica anche il dialogo II Costante overo de la clemenza (vd. *). I contatti con Firenze non sortiscono però effetti immediati. Dopo un soggiorno al monastero di Santa Maria Nuova in estate, e dopo qualche mese in casa di Scipione Gonzaga a Roma verso la fine del 1589, Tasso riesce a partire per Firenze solo nella primavera del 1590, accolto dal granduca Ferdinando de Medici. Del soggiorno fiorentino, dall’aprile al settembre del 1590, rimangono notizie sulla buona accoglienza ricevuta dai Medici, lettere con le consuete speranze del Tasso di pubblicare le sue opere, e molti segnali di irrequietezza: Tasso si mostra incerto, impaziente, e dopo poche settimane ritorna a Roma, nei giorni in cui moriva papa Sisto V.
Tornando a Roma, Tasso spera nel sostegno della corte pontificia, ora guidata da papa Gregorio XIV Sfondrati. In realtà, dopo poche settimane, e dopo una serie di contatti, prende la strada di Mantova, accettando l’invito del duca Vincenzo Gonzaga e contando sull’amicizia di Antonio Costantini. Con il Costantini appunto, dopo un lungo e faticoso viaggio, arriva a Mantova nel marzo del 1591. Alla corte dei Gonzaga Tasso tenta di stringere i tempi per la pubblicazione delle sue opere: progetta tre volumi di rime e tre di prose, «eccettuata da questo numero la mia Gerusalemme, la quale non vuole compagnia» (Lettere, num. 1335). Il risultato, seppur parziale rispetto alle attese tassiane, matura alla fine dell’anno quando, presso Osanna, esce la Prima parte delle Rime (vd. *), munita di autocommento e di lettera dedicatoria. La Seconda parte, sempre corredata di autocommento, sarebbe uscita a Brescia, presso Marchetti, all’inizio del 1593 (vd. *), ancora una volta lasciando scontento il poeta.
Sempre al soggiorno mantovano del 1591, a stare alle lettere, sono da riportare il lavoro sulla Genealogia di Casa Gonzaga, ottave encomiastiche per celebrare l’illustre stirpe ducale (vd. *), ma soprattutto l’avanzamento del nuovo poema epico, la Gerusalemme conquistata, con cui Tasso intende riscrivere e superare il successo della Liberata. Verso la fine dell’anno Tasso riprende la strada per Roma, al seguito del duca Vincenzo che si recava ad omaggiare il nuovo pontefice Innocenzo IX, destinato a brevissimo pontificato. A Roma nel dicembre del 1591, sotto lo pseudonimo di Uranio Fenice, dedica a Flavia Peretti Orsini una raccolta di rime di diversi autori, raccolta in cui trovavano posto anche alcuni suoi sonetti (vd. *). Passano solo un paio di mesi e si mette di nuovo in viaggio: verso Napoli, rispondendo all’invito di Matteo di Capua, principe di Conca. Vi si trattiene qualche settimana, ma non trova le condizioni ricercate: soprattutto un ozio assoluto, quello che serve per poter studiare e continuare nella composizione delle sue opere, tra le quali c’è, già da qualche anno, anche il Mondo creato (vd. *), un ambizioso progetto che mira a mettere in versi il racconto della Genesi.

19. Le ultime edizioni

Tasso torna a Roma nella tarda primavera del 1592, confidando nella protezione del nuovo papa Clemente VIII Aldobrandini, conosciuto già da cardinale. Nel luglio del 1592 scrive a Eleonora de’ Medici di aver concluso la lunga revisione del poema (Lettere, num. 1410) e di aver dunque pronta la Gerusalemme conquistata (vd. *). Nel novembre del 1592 progetta di tornare nuovamente a Napoli, dimostrandosi tuttavia nelle settimane successive sempre più incerto, come del resto anche dalla stessa permanenza a Roma. Non riescono a tranquillizzarlo le attenzioni ricevute alla corte pontificia, né il consistente aiuto offertogli da Cinzio Passeri Aldobrandini, nipote di Clemente VIII. Trascorre tuttavia a Roma il 1593, durante il quale vengono pubblicate le Lagrime di Gesù Cristo (vd. *) e le Lagrime di Maria Vergine (vd. *), due scritti religiosi improntati a un lamento sulla condizione umana; soprattutto, nell’ottobre del 1593, esce la Gerusalemme conquistata (vd. *), con dedica allo stesso Cinzio Aldobrandini. Si chiude così la trentennale pratica tassiana con l’epica, seppure, nel dicembre del 1593, il poeta si spinge a promettere al marchese di Ventimiglia un nuovo poema dal titolo De Tancredi normando, senza del resto mai avviarlo.
La salute del poeta peggiora nei primi mesi del 1594 e le lettere sono segnate dalla sofferenza e dalla paura della morte. Lascia Roma per il clima più salubre di Napoli: qui alloggia al monastero di san Benedetto (e compone un breve poemetto, dal titolo La vita di san Benedetto) e organizza la pubblicazione dei Discorsi del poema eroico (Napoli, Colantonio Stigliola, 1594), opera che rappresenta un ampliamento dei Discorsi dell’arte poetica e la compiuta formulazione della sua teoria sull’epica (vd. *). Negli stessi mesi, anche per difendere le scelte attuate nella Conquistata, Tasso lavora al Giudicio sulla Conquistata (vd. *), trattato destinato a rimanere incompiuto. In quei mesi del 1594 si comincia a discutere in tribunale la causa sull’eredità dei beni materni, cui il Tasso guarda ancora con la speranza di risollevare la propria condizione: ne avrebbe tratto, infine, solo una magra (e tardiva) pensione annua di centocinquanta scudi.

20. La morte a Sant’Onofrio

La salute peggiora ulteriormente nell’autunno del 1594 e nel novembre Torquato torna a Roma. Viene accolto dalla corte pontificia con la promessa dell’incoronazione poetica e con la concessione da parte del pontefice Clemente VIII Aldobrandini di un vitalizio. Nelle lettere la gioia per questi riconoscimenti rimane però velata, attenuata da una delusione, dalla sensazione di una fine vicina. Le condizioni di salute paiono migliorare nelle prime settimane del 1595, ma già in primavera il Tasso è grave. Si ritira nel monastero di Sant’Onofrio, sul Gianicolo, da dove scrive una lettera-testamento all’amico Antonio Costantini (Lettere, num. 1535):

«Che dirà il mio signor Antonio, quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio aviso non tarderà molto la novella; perch’io mi sento al fine de la mia vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa indisposizione, sopravenuta a le molte altre mie solite; quasi rapido torrente, dal quale, senza potere avere alcun ritegno, vedo chiaramente esser rapito».

Proprio nel monastero di Sant’Onofrio muore il 25 aprile 1595.